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LA
CASILINA? MEGLIO DELLA GASOLINA
"E io me butto su 'a Casilina, mejo la Tiburtina, poi te fermi su 'a Prenestina,
e allora prendo l'Ardeatina..". Sguscia dalla radio, esplode sul web e
tuona sulle spiagge il tormentone estivo de' noantri, il più ballato nelle
discoteche delle coste laziali, quello che da Sabaudia a Torvaianica,
passando per Ostia fa impazzire gli amanti della movida. Se si sale sul
cubo è solo per gridare "la Casilina!", quasi per dare un calcio ai ricordi
d'inverno e alle ore trascorse imbottigliati nel traffico. Quest'anno
la Regina dell'estate, non ci sono dubbi, è una canzone nata per gioco,
La Casilina, il remake del successo La Gasolina di Daddy Yankee creato
dai giocarelloni conduttori del Morning Show, la trasmissione in onda
dal lunedì al venerdì, dalle 7 alle 10, su Radio Globo (ora a riposo,
riprenderà a metà settembre) che riceve centinaia di telefonate ogni giorno
dagli ascoltatori in mezzo al traffico. La canzone, scritta e lanciata
un mese fa da Massimo Vari, Maurizio Paniconi, Lucio Scarpa e Gabry Venus,
fotografa la più sana disperazione romana, quella che ogni lavoratore
di periferia prima o poi (anzi spesso) vive. La ricerca di una strada
alternativa per arrivare in tempo a lavoro ("se faccio tardi er principale
me rovina"), il nervosismo ("e cammina signorina"), e la sfortuna che
si scatena ("si è accesa pure la spia della benzina gliela riporto a mi'
cugino in officina"). L'auto guasta e poi 'sta Casilina, l'arteria romana
più congestionata. Tanta ironia, ma anche verità nelle parole della canzone.
Ecco perché si grida a squarcia gola la canzone che si è diffusa alla
velocità della luce sul web. Il suo mp3 (gratuito) è stato scaricato dal
sito www.radioglobo.it già 19mila volte e sta inondando caselle di posta,
forum e anche blog, i diari online. Ed è così che diventa quasi l'inno
del sito Corederoma.net, il portale dedicato all'As Roma calcio "fatto
da noantri pe' noantri", che impazza sul blog Onorearoma.blog.exite.it
e che viene decretata come hit del momento sul forum di www.neobabele.it
e di www.skiforum.it , il sito degli sciatori dove si legge "w li romani!".
Scaricatissima anche dai siti dedicati al divertimento, come Mambro.it,
Movidaloca e Canaglia.it. E scatta anche la ricerca del testo della canzone
definita "la versione tamarra della Gasolina". "A Roma - scrive Re dei
sogni sul forum di www.discolatino.com - è più famosa La Casilina della
versione originale e si balla solo quella in discoteca". E dal web al
cellulare il salto è breve. In molti si stanno già attrezzando per rendere
il file mp3 disponibile anche come suoneria e allora sì che tutta la città
griderà "la Casilina!".
PARLANO I DJ
"Centinaia di telefonate sul traffico di Roma, lamentele, disperazione
ed è scattata l'idea". Così Massimo Vari, 31 anni, romano, deejay e conduttore
del Morning Show su Radio Globo insieme a Maurizio Paniconi, Gabry Venus,
Nandone e Bombolone, spiega l'origine del successo. "La canzone in realtà
è un regalo ai nostri ascoltatori, a chi ogni mattina per andare a lavoro
deve attraversare la città e chilometri di fila e ci chiama per raccontare
il delirio che c'è in strada". "L'assonanza tra gasolina e Casilina -
continua Massimo - è strepitosa. Abbiamo iniziato a canticchiarla e poi
l'idea di farne una canzone vera e proprio circa un mese fa". A cantare
La Casilina è proprio Massimo, il famoso Massimì amico dell'ingenuo Bombolone.
"La parte musicale è stata curata da Lucio Scarpa e Davide Pistone e mai
ci saremmo aspettati un successo simile, addirittura anche Radio Deejay
la manda in onda". Pentiti di aver reso la canzone gratuita? "Assolutamente
no, è un regalo ai nostri ascoltatori".
Viaggio
nella notte della città ghiacciata
Il trans Valentina pensa ai clienti, Rosan ricorda il primo inverno
da clandestino, i "disperati" della tenda-rifugio
Il
Tevere increspato dal vento ghiacciato è tagliato dalla navetta da crociera
che finisce l'ultima corsa. Ore 24, la Roma di notte inizia a vivere.
Castel Sant'Angelo illuminato, quasi senza ombre. Perché i passanti sono
pochissimi. Camminano vicini e fanno barriera contro il gelo Emanuele
Nicolai, Nicola Riveri e Giorgia Rosi, 25 anni, studenti di ingegneria.
"Dobbiamo festeggiare - racconta Emanuele - perché stamattina ho superato
l'esame di meccanica e ho convinto i miei amici ad uscire nonostante il
freddo". Emanuele e i suoi amici corrono in un locale a piazza Cavour
per cercare un po' di caldo. Restano al freddo, invece, le mani di Rosan
Silva, 33 anni, dello Sri Lanka, mentre aspetta un amico alla fermata
del tram a largo di Torre Argentina. Rosan fa il magazziniere, dice che
lavorerà fino alle 6 del mattino ed è abituato al freddo. E' arrivato
in Italia quattro anni fa grazie a quel mezzo milione di vecchie lire
usato per pagarsi il posto sul gommone che dalla ex Jugoslavia lo ha portato
fino in Italia. "Era inverno - ricorda - e sono quasi morto per il freddo".
A pochi passi camminano le pellicce di un paio di donne. Lo spettacolo
al Teatro Argentina è appena finito. Anna Cataldo, 44 anni, si ricopre
completamente la testa usando un foulard griffato mentre si stringe al
marito che scherzando dice: "Finalmente, questa sera, sono riuscito a
mettere il burka a mia moglie".
Vicoli quasi deserti poco dopo l'una. Piazza Navona, calpestata da meno
di dieci persone infreddolite, sembra ancora più grande. Passeggia sconsolato
Roman Khan Mizan, 35 anni, del Bangladesh. "Niente soldi, c'è poca gente,
fa troppo freddo", racconta Lavapiatti di giorno al bar Fantoni, fotografo
di strada durante la notte. Chiede 3 euro per uno scatto alle coppie che
escono dai locali e dovrà tornare a casa a mani vuote, neanche una foto
scattata. Neanche i 3 euro per pagarsi l'autobus e la metropolitana che
lo riportato a casa, vicino alla Tiburtina. E' l'una passata da un po'.
Il silenzio di via del Governo Vecchio viene spezzato solo dal rumore
del furgone dell'Ama, mentre Tony, 40 anni, al lavoro da due ore, raccoglie
e lancia con forza sul furgoncino i sacchi neri dell'immondizia lasciati
fuori dai ristoranti ormai chiusi. "Non posso avere freddo - racconta
Tony - sto sempre in movimento". Lungotevere solcato da poche macchine.
Sul fiume, sotto Castel Sant'Angelo, non passano più navette. Una giovane
coppia, consolata solo dalla birra, litiga appoggiata su un muretto. Ma
bisogna far silenzio. A pochi passi c'è l'Isola della Solidarietà, quattro
enormi tende-rifugio gestite dall'Assessorato alle Politiche Sociale e
dalla Protezione Civile dove dormono i senza tetto. "Stanotte ci sono
più di duecento persone - racconta Angelo De Luca, 53 anni, responsabile
degli operatori sociali - siamo aperti dalle 17 alle 8, offriamo la cena,
un letto e la colazione". La tenda più grande è un deposito di letti a
castello disposti in fila, vicinissimi l'uno all'altro. Carmine e Francesco,
47 e 55 anni, sono fratelli, originari di Napoli, non hanno sonno e giocano
a carte. Gestivano un bar. E poi? "E poi ci siamo mangiati i soldi - raccontano
- dormivamo nei giardinetti qua fuori. Per fortuna è arrivato Angelo e
questa tenda è diventata la nostra casa".
Intanto sul lungotevere poche macchine sostano al semaforo di ponte Garibaldi.
Poche macchine, ma anche una bicicletta. Alle 4 di notte Mario Di Napoli,
48 anni, funzionario pubblico, spinge con forza i pedali della sua city
bike. Percorre viale Trastevere dove ha lasciato una festa e si dirige
verso casa, nei pressi del Pantheon. "Uso sempre la bicicletta - racconta
Mario - e anche in questa notte così fredda non ho saputo rinunciare alle
due ruote. Dopotutto - continua - pedalando mi riscaldo e in macchina
avrei avuto più freddo". Preferirebbe, invece, non essere costretto a
saltellare per riscaldarsi Muhamad Abunaser, 33 anni, del Madagascar.
Muhamad, dopo esercizi di ginnastica involontari, si rannicchia davanti
a una stufa mentre fa la guardia a un chiosco di dolci all'angolo tra
viale Trastevere e via di San Francesco a Ripa. "Il chiosco - racconta
Muhamad - è aperto 24 ore su 24, io lavoro la notte, dalle 8 di sera,
alle 8 di mattina". Muhamad odia il freddo perché le ricorda la Russia,
quando, insieme ad altri clandestini, ha viaggiato per settimane nascosto
all'interno di camion e auto. "Spesso - racconta - di notte dovevamo percorrere
le strade a piedi e un mio amico è morto per il freddo". Le strade quasi
deserte, spostandosi all'Aventino, diventano un carosello di macchine.
Sotto gli archi di via dei Guerrieri una decina di travestiti aspettano
clienti. Valentina, colombiano, 24 anni, in meno di 3 minuti, dice di
no a più di quindici passanti che fanno richieste "non in catalogo". Chiede
30 euro per le sue prestazioni, sorride se gli domandi se ha paura e nonostante
gli abiti trasparenti che indossa dice di non avere freddo. A pochi metri
c'è un'altra Roma. Alle cinque si spopola la discoteca "Neutra" di via
di San Saba. Flavia Mazzucato, 23 anni, e Ottavia Morbiducci, 22, entrambe
studentesse, hanno passato la notte ballando. "Dopo due settimane sui
libri - raccontano - saremmo uscite anche se avesse nevicato". Ieri notte
però si sono annoiate. "Sempre le stesse facce", confessa Flavia. Si definiscono
"parioline" e per provarlo mostrano orologi Cartier e Rolex, borse Gucci
e stivali neri da oltre 350 euro. Flavia e Ottavia tornano a casa, mentre
Daniele Nati, 24 anni, deve lavorare ancora per un'ora. Fa le pulizie
alla stazione Termini. "Stanotte - racconta - è stata durissima tra tanto
freddo e tanta sporcizia". Daniele finisce di lavorare alle 5. Ma fa doppio
turno. Ha un'ora e mezza di tempo per scaldarsi in qualche bar. Ricomincerà
a pulire alle 6 e mezza. Lo aiuta a trascinare il secchio con il detersivo
Arturo Quentas, 30 anni, peruviano, da soli due mesi a Roma. "Non credevo
facesse così freddo - racconta Quentas - ho scelto l'anno sbagliato per
trasferirmi in Italia".
E' quasi l'alba nel piazzale della stazione Termini, echeggiano solo i
suoni acuti delle radiotrasmittenti dei pochi taxi fermi ad aspettare
una chiamata. "Li ho sbattuti fuori, erano ubriachi", si sfoga Franco
Angilella, 64 anni, taxista da 35, mentre racconta che i clienti della
sua ultima corsa, tre ragazzi e una ragazza, erano completamente impazziti,
avevano bevuto e urlavano nel suo taxi. Franco, che andrà presto in pensione,
ricorda le nevicate storiche nella Capitale, ma non ha memoria di notti
così fredde.
Nella Capitale la minima record (meno sei gradi) risale al 23 gennaio
1869 mentre la scorsa notte, secondo il termometro dell'Osservatorio del
Collegio romano, la colonnina di mercurio si è fermata alle 6 del mattino
a più 0,5 gradi. A pochi passi, in Via Marsala, il marciapiede della stazione
diventa il rifugio di più di trenta "bozzoli" colorati. Coperte rosa,
celesti e verdi avvolgono senza tetto sistemati l'uno accanto all'altro
in un letto di asfalto che gli darà riparo fino a quando non sorgerà il
sole che troverà, poco distanti, a piazza della Repubblica, le splendide
Naiadi della fontana appena gelate.
Giovedì
30 Giugno 2005
In giro per la città con il termometro in mano
Non c'è ombra vicino a Castel Sant'Angelo. Quando l'orologio segna le
11.30 e il termometro oltre 45 gradi sotto il sole a picco, i più ottimisti
cercano riparo sotto le statue del ponte, ma i cinque centimetri d'ombra
a disposizione non bastano. Quando fa caldo tutto cambia. Gli ombrelli
si usano per coprirsi dal sole, la timidezza scompare e si “soffre” insieme.
Un unico grande e sudato pensiero serpeggia nella testa di chi ha deciso
di trascorrere la mattinata in centro: il Tevere Village, la «spiaggia
di Roma» con una piccola striscia di sabbia. Ma non c'è posto e soprattutto
si grida. Perché molti pensano che l'ingresso sia gratuito e che non sia
giusto pagare 4 euro per una sdraio e 10 per un ombrellone e due lettini.
C’è la Rowing Cup e il pubblico vuole vedere i campioni della canoa che
rigano il Tevere di grinta. Per l'evento anche le due piscine sono chiuse
e non resta che accovacciarsi sul bollente prato sintetico. C'è invece
chi vive d'amore e pedalate. La pista ciclabile del Tevere è quasi intasata.
Gianni Casale, 38 anni, di solito percorre 40 chilometri. Anche con questo
caldo? Certamente e in compagnia della fidanzata Alessia che è davvero
innamorata e nonostante l'afa opprimente non molla. Per lei solo un lamento:
«Non ci sono fontanelle lungo la pista». Pedala anche Mussad Deheri, ma
né per amore, né per sport. Ha 32 anni e per lavoro fa il venditore ambulante
di gelati. Si trascina dietro un frigorifero coperto da un ombrellone.
Viene dall'Eritrea e se gli chiedi cosa faceva nel suo paese risponde
solo: «Fight, fight». Ha combattuto contro la Somalia e per lui i 45 gradi
sotto il sole e le pedalate non sono niente. Alle 13 Mussad continua a
trascinare il suo risciò, mentre i turisti sono già a pranzo. Si godono
l'ombra e i 38 gradi di via Paola, mentre Mimmo, pizzettaio del locale
“Amici e Nemici”, ha già finito il suo terzo litro d'acqua. Mimmo è egiziano,
da dieci anni sforna pizze e ancora non si è abituato al clima di Roma.
«E' umido e non si respira». A via Sora finalmente una fontanella approdo
anche di un Martin Pescatore adottato dagli abitanti della via. «E' apparso
da quando fa così caldo - spiegano - passa ore vicino alla fontanella».
Vorrebbe trovarsi sotto una cascata d'acqua gelida anche chi aspetta l'870
alla fermata di via Acciaoli: 45 gradi al sole, ombra inesistente. Alle
14 scie di turisti coraggiosi sfidano l'asfalto quasi molle di Corso Vittorio
e raggiungono la Chiesa Nuova. C'è conforto per il fresco all'interno
(meno di 30 gradi) e per le parole del sacrestano Demo: «C'è il rischio
- racconta ai visitatori - che la parola Dio perdi la D e resti solo l'io,
troppo umano». Alle 14.30 turisti e romani hanno un solo appuntamento:
la fontana dei Quattro Fiumi di piazza Navona usata per pediluvi improvvisati.
C'è chi il fresco lo cerca nei musei e Palazzo Braschi è tappa quasi forzata
se si vuole fuggire al caldo delle 15. C'è anche chi pensa alle ville
o almeno a un fazzoletto di prato con alberi. Il parco della Resistenza
è macchiato, oltre che dalla sporcizia, da asciugamani e sdraio. Brutta
sorpresa per chi ha pensato al Giardino degli Aranci che resta chiuso
per lavori. Non resta che villa Celimontana, lo spazio verde più vicino.
Continua a fare caldo e alle 16 il termometro segna più di 33 gradi, ma
all'ombra si respira. Ma non abbastanza. Unica speranza per chi vuole
sopravvivere a una tremenda giornata di caldo è l'ottavo colle di Roma:
la mongolfiera che domina la città. Ogni 15 minuti l'aerostato si solleva
da villa Borghese. Alle 17 il vento spira a 12 nodi ed è consentito salire
solo 5 alla volta. Si parte, si dondola e già si respira. Da 40 gradi
si scende rapidamente a 35 e poi a 30 e fino a 25. A 150 metri d'altezza
Roma è lontana. E finalmente anche il caldo.
Venerdì
24 Settembre 2004
Viaggio sui 18 Km della linea che collega via Battistini all'Anagnina
Quelli della notte
Metro A, treni affollati sino a tardi:
da ottobre si chiude alle 21
Posti in piedi, anche dopo le 21. Una folata di vento caldo e umido, odore
di fuliggine e spezie che sanno di strascichi di sudore. Le scale dell'entrata
della metro alla fermata Furio Camillo e qualche spallata contro corpi
stanchi dopo una giornata di lavoro. Giornali sotto il braccio che sono
già di ieri, sguardi fissi in terra e passi che vorrebbero mangiare la
strada pur di raggiungere subito casa. Dieci minuti dopo le 21 le scale
mobili sporche della stazione raccontano di un'altra giornata che se ne
è andata nella città a cielo aperto e di un'altra che non smette di andare
avanti tra le viscere della terra. Nella Roma sotterranea la vita spasmodica
della metropoli che corre non si ferma. Da Furio Camillo in direzione
Anagnina. Entrano ed escono dai vagoni dove non c'è posto per sedersi.
Ci sono i manager pendolari che dal centro tornano nella periferia. Completo,
blu e valigetta 24 ore. Ci sono gli studenti che hanno gli occhi ancora
pieni di libri, lezioni, code all'università. I più colorati sono gli
extracomunitari. Hanno finito anche loro di lavorare e si portano dietro
i negozi "gonfiabili" fatti di materassini e merce in buste di plastica.
Ad Arco di Travertino, dove in superficie ci sono i capolinea degli autobus
che vanno verso Roma sud, il flusso maggiore di persone. Escono ed entrano
da ogni vagoni almeno una ventina di persone. Volti sempre più stanchi
e mani che sorreggono teste dondolanti. Passano veloci Porta Furba-Quadraro,
Numidio-Quadraro e Lucio Sestio. Ancora pochi minuti e si arriva al capolinea.
Anagnina, una città nella città. La regola è: guardarsi le spalle dai
malintenzionati. Insegnano questo gli sguardi intimoriti delle decine
e decine di persone che non smettono di uscire ed entrare dalla stazione
dalle 21.30 alle 22.00. Scendono Pasquale Verde, 18 anni e un suo amico.
"Abito ad Anagnina e senza metro - racconta - mi sentirò tagliato fuori
dal mondo. Dovrei iniziare a lavorare al Bingo di piazza Re di Roma, farò
tardi e come tornerò a casa?". Escono ed entrano dai vagoni. Da Anagnina
in direzione Battistini la corsa ricomincia, ma cambia la gente. I volti
stanchi dei lavoratori lasciano spazio a sguardi più sorridenti. C'è chi
deve raggiungere il centro perché ha appuntamento con gli amici, chi deve
andare al cinema Barberini e preferisce prendere la metro almeno all'andata.
C'è anche chi torna a casa dopo una gita. Aldo Aureli, 78 anni, accompagnato
da moglie ed amici torna da Marino. "Abitiamo a due passi da Ponte Lungo,
non guidiamo - racconta - senza metro dopo le 21 dovremmo fare vita vecchietti,
rintanati a casa". E poi ci sono i viaggiatori. A Termini è giorno. Stesso
via via delle 11 di mattina. Turisti e militari che tornano in caserma.
Ancora fermate in direzione Battistini. Solo posti in piedi, anche alle
22.30. C'è il solito manager sguardo fisso mentre ripassa il business
plan prima di tornare a casa, ma anche l'operatore ecologico che ha finito
il turno e l'uomo con la pettorina gialla fluorescente della Sta. Ma c'è
anche chi inizia a lavorare. "Inizio il turno a mezzanotte - spiega con
accento napoletano Nicola D.C., 37 anni, guardia giurata - potrei prendere
l'auto, ma non è affidabile come la metro". Vagoni più vuoti solo verso
il capolinea Battistini. Si torna indietro, ancora una corsa, verso Anagnina.
Solo posti in piedi, anche alle 23. Alla fermata Flaminio il pienone.
E' finita la partita e il vagone si riempie di romanisti. Nicola Michele,
27 anni, porta sulle spalle l'autografo di Totti. "La metro è comoda quando
ci sono le partite - spiega - io devo arrivare fino a Giulio Agricola".
Quasi ressa a Termini. Ancora fermate. Si scende ad Arco di Travertino.
C'è ancora chi approfitta degli autobus. L'ultima corsa, quella delle
23.30 (in direzione Furio Camillo) si fa attendere dieci minuti. Ore 23.28
cessa anche la musica in sottofondo. Solo i rumori delle viscere di Roma.
Mentre sui vagoni continua a salire gente. Come se fosse giorno.
Bocciata
dalla Rai, promossa a Roma la trasmissione di Michele Santoro registrata
a Castel Sant’Angelo
A cena a casa Sciuscià
12/09/02
- Questa volta è la televisione senza ‘’onda’’ a scendere in campo. La
piazza Reale di Castel Sant’Angelo ha accolto l’edizione straordinaria
di Sciuscià, la trasmissione televisiva radiata dalla Rai e realizzata
ieri sera alla Festa Nazionale di Liberazione a Roma. Ci sono le telecamere,
ma la trasmissione non va in onda. Verrà solo registrata su una videocassetta.
Il pubblico è quello di una serata romana trascorsa a ‘’casa’’ di amici,
a base di reportage da New York e dall’Afghanistan un anno dopo l’11 settembre.
E la voglia di libertà si respira nell’aria ingurgitata per l’emozione
di vedere Michele Santoro e la sua redazione tra la gente, pronti a parlare
con tutti, a saltare il recinto dell’informazione e la gabbia della politica.
‘’Perché ci vorrebbero far tacere, ma noi siamo qui, questa sera perché
l’informazione non è di nessuno’’. Così Michele Santoro ci racconta cosa
sta accadendo e lo fa con aria agguerrita tra una stretta di mano alla
signora che vuole una foto con lui a tutti i costi e un abbraccio a chi
gli dice di tenere duro. Rimane seduto sugli scalini di legno della scenografia.
Ci guarda dritto negli occhi e risponde no alla domanda:’’Si può fare
la tv, senza la tv?’’. ‘’Possiamo solo incontrare persone che pensano
che la tv possa appartenere a tutti e non solo a qualcuno’’, afferma Santoro.
‘’C’è stata una vendetta contro il nostro programma? Ma chi ha il massimo
dell'informazione come può trovare insopportabile una trasmissione?’’.
E ancora. ‘’Togliere Sciuscià è stato come rivivere certi giorni in Sicilia,
quando davanti alle case dei mafiosi certi scagnozzi ci mettevano le mani
sulla telecamera’’. E poi la richiesta ai leader della Sinistra:’’Andate
dal Presidente della Repubblica, agite per quel 50% che vi ha votato e
urlate a voce alta che la democrazia è in pericolo’’. A casa Sciuscià
si vuole capire. Si parla dell’11 settembre, del pericolo di un attacco
all’Irak e della dottrina Bush, quella in base alla quale gli Stati Uniti
sono convinti che l’attacco dell’11 settembre sia stato ordinato da uno
Stato sovrano. La dottrina in base alla quale gli Stati Uniti, stravolgendo
le regole del diritto internazionale, decidono quando è tempo di guerra
e tempo di pace e che, seguendo una logica ferrea, potrebbe portare anche
altre superpotenze a decidere, unilateralmente, di bombardare. ‘’Un giorno
anche Cina, Russia e Giappone potrebbero iniziare le loro guerre. Se gli
Usa attaccano l’Irak, si apre la via ad una guerra di tutti contro tutti’’.
A rispondere all’interrogativo sul palco Lucia Annunziata, Lucio Caracciolo,
padre Benjamin, Luca Casarini, Vauro, Gennaro Migliore e Antonello Venditti.
E il verdetto è comune. Sbagliata la guerra contro l’Irak, certa la volontà
degli Usa di trasformare l’11 settembre nell’occasione per ridisegnare
la carta geo-politica del mondo.
In pillole
Lucia Annunziata: sono contraria alla guerra all’Irak. Ma il cosiddetto
anti-americanismo non deve far dimenticare che se i bambini muoiono a
Baghdad non è solo per le sanzioni, ma anche perché Saddam pensa bene
di incamerare le sue ricchezze in Svizzera lasciando morire chi ha fame.
Luca Casarini: a Genova la polizia si è trasformata in esercito,
in Irak e nel mondo l’esercito (Usa) si sta trasformando in polizia.
Padre Benjamin: le ispezioni, l’Onu dovrebbe farle negli Usa e non Irak.
E’ Bush il pericolo atomico.
Lucio Caracciolo: la guerra all’Irak è certamente l’occasione per
ridisegnare le linea della geopolitica nel mondo.
Gennaro Migliore: dobbiamo scendere in piazza per dire ‘’no’’ alla guerra
all’Irak. Antonello Venditti: è impossibile pensare di fermare
con la morte gli integralisti. Gli fai un favore perché per loro lo scopo
della vita è morire come kamikaze.
Vauro: parlano per lui le sue vignette. Pannella dichiara che i
pacifisti contro la guerra all’Irak sono ignobili come i pacifisti del
’38 (Conferenza di Modaco. Ndr). La vignetta: Pannella che dopo aver deciso
di bere la sua pipì, ora pensa a vomitare merda.
Intervista
alla donna nigeriana scampata alla condanna a morte per lapidazione
Safiya a Roma:’’La battaglia non è finita.
Adesso salviamo Amina’’
10/09/02
- Emozionata, spaesata e teneramente avvinghiata alla propria piccola
di nome Adama. Così Safiya Husseini, finalmente libera, si è presentata
a Roma. La città le ha conferito la cittadinanza onoraria ‘’in quanto
simbolo di un impegno contro una condizione di subalternità della donna
e per l' affermazione dei diritti umani nel mondo’’. Ci guarda negli occhi
per pochi secondi, il tempo necessario per rispondere alle domande, avvolta
in un mantello blu che le circonda la testa, magrissima e con il volto
segnato dalla miseria e dalla sofferenza. La donna nigeriana, condannata
alla lapidazione, per aver concepito una bambina fuori dal matrimonio,
è stata prosciolta il 25 marzo. Ed è stato solo un errore di procedura
a strappare Safiya all’orribile morte. Il presidente della Corte, Mohammed
Tambari-Uthman ha liberato infatti dalla condanna la donna semplicemente
perché il reato e' stato compiuto prima dell'entrata in vigore della la
legge coranica. L’esecuzione sancita dalla legge islamica (sharia), in
vigore in Nigeria in 12 Stati su 36 (quelli del nord del paese, ormai
in aperto contrasto col governo centrale) prevede che l'adultera sia sepolta
fino a lasciare in superficie solo la testa per essere poi uccisa a sassate.
Come si sente adesso, scampata alla lapidazione per aver concepito una
bambina fuori dal matrimonio?
Finalmente libera. Avevo paura di venire a Roma, è la prima volta che
lascio il mio paese. Ma sono qui perché la battaglia ancora non è finita.
Un’altra donna si trova nelle mie condizioni e deve essere fatto qualcosa
anche per lei.
Ha mai pensato di non potercela fare?
Ovviamente sì, avevo molta paura, ma ho resistito, l’ho fatto per mia
figlia Adama. E poi pregavo. Ma devo ringraziare tutte le persone che
hanno lottato per me.
Cosa pensa del suo paese e della sharia, la legge islamica instaurata
a Sokoto?
Io ero innocente. La legge islamica è la legge del mio paese, stabilisce
le regole, ma io ero innocente.
Qual è il suo messaggio all’Italia?
Ringrazio tutti quelli che mi hanno aiutato. Sono rimasta stupita, nessuno
mi conosceva, eppure hanno combattuto per me. Ma la battaglia non è finita.
Dobbiamo salvare Amina. Pregherò per lei e spero che siano tutti disposti
ad aiutarla come hanno fatto con me.
La battaglia quindi non si ferma. Il 22 marzo scorso Amina Lawal, 30 anni,
divorziata, ha avuto un terzo figlio da un uomo del suo villaggio, che
aveva promesso di sposarla. Amina è stata condannata a morte per lapidazione
dalla corte islamica di Bakori, nello stato di Katsina. L'accusa è sempre
la stessa: aver avuto un bambino al di fuori del matrimonio. A rendere
più difficile l’assoluzione di Amina lo scontro tra la corte federale
del paese e gli islamici del Nord che considerano l’applicazione della
sharia, dichiarata incostituzionale dal governo nigeriano, come una sfida
al potere centrale. Il presidente cristiano Obasanjo, Obasanjo, cristiano
del sud e di etnia yoruba, non vuole intervenire per non rischiare la
guerra civile tra i mussulmani del nord ed i cattolici ed animisti del
sud.
Al
festival internazionale ''Letterature'' la presentazione del nuovo racconto
del ragazzo che ha incantato Dennis Cooper
Cuore ingannevole
J.T.Leroy, scrittore del male, sceglie l'Italia per la sua prima apparizione
pubblica
ROMA
- Intrappolato in uno spolverino nero avvinghiato alla vita sottile. Nascosto
nel volto da una maschera per croupier. Capelli biondi, pantaloni rossi
e labbra sottili dipinte con una vernice color porpora. Gli tremano le
mani, a fatica raggiunge il centro del palco. Si aprono i microfoni e
il respiro pesante di un emozionato ragazzo dalla incerta identità sessuale
interrompe il silenzio della basilica di Massenzio. Così si è presentato
al 1° festival internazionale ''Letterature'' J.T.Leroy, 22 anni,
scrittore con una tendenza visionaria e favolistica legge sotto voce un
suo brano inedito dal titolo "Harold's End" e ci accompagna per mano in
un paese delle meraviglie in acido, dove abissi di tenerezza e depravazione
si incontrano.
E' la prima apparizione in pubblico di Leroy che ha iniziato a
scrivere su consiglio del suo terapista dopo aver passato l'infanzia
tra le violenze di una madre prostituta, la droga, i furti e la professione
di gigolo vissuta sulla propria pelle.
Più di duemila i presenti in platea che si sono guadagnati un posto, in
piedi o a sedere, per vederlo.
"Ingannevole è il cuore più di ogni altra cosa" (Fazi) è l'ultimo
suo racconto. Jeremiah
a 4 anni viene strappato dai genitori adottivi dalla sua vera madre, divenuta
maggiorenne. Sarà la fine dell'incantesimo, quello fatto della merenda
con pane tostato e burro di arachidi, della lucetta a forma di dinosauro
lasciata accesa tutto la notte, e dal profumo dolce lasciato dalla mamma
in ascensore.
J.T. iniziato a scrivere a 16 anni per il New York Press, Spin
e Nerve sotto il suo nome di strada: Terminator. A vent'anni pubblica
il suo primo racconto autobiografico, Sarah,
dedicato a sua Madre, anche se lui preferisce definirlo fiction autobiografica.
La critica si è interessata del caso Leroy chiedendosi se fosse solo una
trovata pubblicitaria, se esistesse realmente, se fosse maschio o femmina.
Ieri l'abbiamo visto. Esiste. La biologia ci dice che è maschio. Il cuore
dichiara ad alta voce che J.T. chiunque sia usa la scrittura per esorcizzare
la nausea per il mondo, dopo tanta sofferenza fisica e psicologica.
La Vita
LeRoy nasce nel 1980 nel West Virginia. Vive gran parte della sua vita
tra camionisti e prostitute insieme alla madre, Sarah. Appena dodicenne,
inizia la vita della "lucertola di parcheggio" si prostituisce nelle aree
per camionisti - si ritrova da solo a San Francisco, abbandonato da sua
madre e costretto agli espedienti più bizzarri per poter sopravvivere.
Spinto da uno psicanalista dei servizi sociali, Leroy inizia a scrivere
racconti che rivelano un talento puro, incredibile. Con lo pseudonimo
di Terminator si guadagna un contratto con la prestigiosa casa editrice
Bloomsbury e la protezione di scrittori famosi quali Dennis Cooper e Mary
Gaitskill e di personaggi della musica e del cinema come John Waters e
Suzanne Vega.
(5 giugno 2002)
Il sito di J.T.
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